martedì 10 novembre 2015

Mr. Holmes - Il mistero del caso irrisolto

"Parlando con franchezza, amico mio, ho perso ogni appetito per ogni desiderio di verità. Per me, esiste solo cio che è, la chiami pure verità, se preferisce"

Chi bazzica questo blog sa che non mi cimento mai in recensioni di libri o film che mi hanno particolarmente colpito.
Ma chi conosce me personalmente, sa anche che nutro una venerazione assoluta per quello che è il mio personaggio letterario preferito in assoluto, Sherlock Holmes, il geniale investigatore creato dall'abile penna di Sir Arthur Conan Doyle (in questo stesso blog trovate una sezione dedicata al mio Sherlock Tales, un omaggio animato ai 60 racconti di Holmes) e che sto aspettando con ansia l'uscita nelle sale del film Mr Holmes - Il mistero del caso irrisolto che vede uno dei più grandi attori viventi, Sir Ian McKellen, nei panni di un ormai decrepito Holmes.

Il caso ha voluto - perchè di caso si è trattato, non vi era alcuna premeditazione - che mi ritrovassi tra le mani, dopo una piacevole serata musicale in una libreria, una ristampa di A Slight Trick of the Mind, il romanzo di Mitch Cullin da cui è stato tratto il film in uscita. Un po' perché mi incuriosiva l'idea di partenza delle vicende narrate nel film e deducibili dal trailer, un po' perché ero curioso di vedere come uno scrittore culturalmente tanto distante da Doyle potesse tratteggiare uno Sherlock Holmes anziano col proverbiale acume ormai sbiadito e minato dalla senilità, un po' perché il volume non costava un occhio della testa nonostante potrebbe rivelarsi uno dei libri più regalati a Natale (dopo la Sherlock-mania di stampo moffatiano), ho deciso di dare a questo libro e a questo autore una chance.

Si tratta di un romanzo di circa 250 pagine, purtroppo pubblicato da noi oggi con lo stesso titolo del film (manovra in fin dei conti comprensibile e perdonabile ai signori della Neri Pozza), un titolo che non rende giustizia all'opera ma che, a quanto ho capito dopo aver concluso la lettura, è molto più vicino all'adattamento cinematografico, che pare differire in alcuni punti dal romanzo poiché - credo -  impostato con un'ottica diversa.
Mentre il film di Bill Condon tende a presentarci un Holmes esiliato a seguito di un caso mai risolto che lo tormenta da quarant'anni, un caso raccontato diversamente da Watson anni addietro ("Watson scrisse comunque il racconto, ma ne cambiò il finale") col titolo de Il mistero della donna del guanto, nel libro Holmes non si è esiliato per vergogna o per senso di colpa ma perché - proprio come ci raccontava Doyle un secolo fa - semplicemente stanco del trambusto della metropoli e degli intrighi criminali che hanno costituito il suo pane quotidiano per tutta una vita; inoltre, Watson non ha mai pubblicato un racconto a noi non pervenuto bensì è Holmes stesso a scrivere L'armonicista all'interno del romanzo di Cullin. D'altro canto, il caso è davvero insipido e banale, senza nessun risvolto torbido e con una vaga traccia di sospetto esoterismo nel primo capitolo, tanto da mostrare parecchie somiglianze con un racconto breve classico di Holmes.
Se vi aspettate un racconto inedito su Sherlock Holmes, l'ultimo caso della sua vita o, peggio ancora, una conclusione della sua esistenza, resterete amaramente delusi. Non è un giallo, non è un caso di investigazione, non ci sono criminali.
C'è un Holmes invecchiato che si ritrova a pensare a un vecchio caso mai raccontato, tra i più semplici della sua vita ma che è stato capace di coglierlo impreparato in una particolare circostanza e non certo perché si sia rivelato diverso da come lo aveva ipotizzato.
Al di là dello "smitizzamento" anche iconografico del personaggio (sigari al posto della pipa, nessun accenno al violino e l'abitudine a chiamare col nome di battesimo il suo storico assistente anziché per cognome), questo delicato romanzo è un'indagine sull'umanità di uno dei personaggi meno umani della Letteratura. Chi conosce le opere di Doyle saprà quanto i suoi personaggi siano fortemente caricaturali e quindi irreali. Ma Sherlock Holmes, nonostante queste caratteristiche riuscì, come sappiamo, a varcare quel confine tra realtà e finzione e a imporsi quasi come una figura storica poiché incarnava in maniera stupefacente lo spirito positivista dell'epoca in cui visse.
Cullin fa emergere la sua umanità in modo piuttosto soft, nella senilità inframezzata alla saggezza che solo l'essere sopravvissuto a due guerre mondiali e attraverso due secoli può procurarti; ma in cosa consiste questo lato umano del personaggio, in fondo?
L'idea mi avrebbe fatto rabbrividire, lo ammetto.
Sherlock Holmes è pura logica, come si può pensare di dotarlo di un'emotività, seppur in tarda età? La risposta è tanto semplice quanto azzeccata: l'essere umano irrompe nella mente del genio con l'elaborazione del lutto e la solitudine. Il vero caso irrisolto non è quello dell'armonicista, bensì l'esistenza umana e il suo annientamento.
Holmes (-Doyle) aveva scritto un tempo:

La morte, come il crimine, è banale. La logica, d'altro canto, è cosa rara. E dunque, conservare una propensione mentale alla logica, soprattutto di fronte alla mortalità, può risultare difficile. Ma è sempre sulla logica, e non sulla morte, che bisognerebbe soffermarsi.

Ma l'età e le circostanze della vita lo costringono a rivalutare il suo approccio logico verso la vita, al di là del delitto e della sua storica professione. L'esistenza è priva di senso, un viaggio verso l'annullamento. Cosa ne è ora del fedele dottor Watson, della signora Hudson, del caro fratello Mycroft? Individui a cui deve un po' di ciò che è ma che sono scomparsi senza preavviso, lasciandolo solo e incapace di piangerli. 
Già ne L'avventura della scatola di cartone (di Doyle) Holmes si era interrogato sul senso dell'esistenza e della morte. E infatti lo stesso Cullin riprende quel (malauguratamente) poco celebre quesito che il detective rivolge al suo assistente e che già ci lasciava intravedere quell'umanità che - forse a torto - non si riconosce quasi mai al più famoso precursore di tutti i detective.

"Qual è il senso di tutto ciò, Watson?... A quale entità giova questo cerchio d'infelicità, violenza e paura? Uno scopo deve esistere, altrimenti l'intero universo sarebbe governato dal caso, il che è impensabile. Ma qual è questo scopo? Ecco il grande, eterno interrogativo dalla cui risposta la ragione umana è più lontana che mai."

L'autore parte quindi da presupposti solidi, filologicamente corretti, per costruire la vecchiaia di Holmes. Dimostra un amore lodevole per l'opera di Doyle ma decide di rivederne alcuni aspetti per conferire un certo spessore alla sua opera e, personalmente, sento di potergli perdonare queste piccole licenze.
I personaggi secondari scompaiono accanto al realismo dirompente dell'ultranovantenne detective. 
E un discorso a sé merita, a tal proposito, il piccolo Roger, a cui il film sembra dare così tanto spazio. Nel romanzo, è una figura praticamente marginale. Certo, Holmes gli riconosce un certo potenziale, ma non certo in quanto giovane detective in erba. Lui non sa chi sia il datore di lavoro di sua madre, non sappiamo se abbia mai letto i racconti che lo vedono protagonista ma siamo certi che, nel suo album di ritagli, non compaiono né Holmes né alcunché ci faccia supporre un suo interesse per l'investigazione o la criminologia. Di lui sappiamo solo che è diventato abbastanza esperto nell'apicoltura e la sua affezione al vecchio detective è nata semplicemente perché questo era l'unica figura maschile più vicina possibile a un padre che il ragazzo abbia mai conosciuto (escluso il suo vero padre, morto in guerra quando lui aveva cinque anni).
Tuttavia avrà un ruolo fondamentale verso la fine del racconto, anche se in maniera piuttosto passiva.

Un altro aspetto che il libro affronta è l'infatuazione di Holmes per una donna che non ha mai dimenticato. E no, non si tratta di Irene Adler (verso cui non ha mai provato nulla) ma di un personaggio inventato da Cullin e di cui non posso svelarvi l'identità senza rovinarvi il film/libro.
Anche questa cosa, detta così, parrebbe un agghiacciante oltraggio. 
Ma si tratta davvero di un innamoramento? Ci si può innamorare di una persona - neppure particolarmente bella - semplicemente vedendola in foto e incontrandola, per una manciata di minuti, una volta sola nella propria vita? In un periodo in cui, per di più, si è soli e ci si avvia verso il tramonto dell'esistenza?
Non siamo sicuri che Holmes l'abbia (platonicamente) amata, ma sappiamo che questa donna ha lasciato un senso di vuoto in lui con la propria scomparsa. E questo evento è coinciso con l'inizio della reale consapevolezza di cosa sia la solitudine, quella solitudine derivata da una vita spesa alla continua ricerca della verità oggettiva, tralasciando ogni aspetto romantico della vita, all'infuori della virile amicizia e della stima professionale e umana. Come tutti i grandi uomini consacrati al proprio lavoro, anche il nostro detective si ritrova amaramente solo pur avendo amato la solitudine. 
Sta qui, secondo me, la grandezza del lavoro di Mitch Cullin. Non ha veramente snaturato il personaggio, come qualche critico talebano ha affermato. Lo ha arricchito nel momento in cui ha deciso di approfondirne il lato umano, di sovrapporre il personaggio fittizio e caricaturale di Doyle a un uomo in carne ed ossa, seppur tremendamente razionale e freddo.
Ma, a 93 anni suonati, perfino Holmes sembra arrendersi davanti alla vita.
Se quando apparve aveva la sicurezza e la determinazione del progresso scientifico che stava stravolgendo la sua epoca, adesso ha la stanchezza e l'incertezza di chi ha visitato Hiroshima dopo la Bomba e non sa più darsi una risposta.
Mentre un'unica lacrima gli solca lo zigomo, scomparendogli nella barba bianca, lui, che ha risolto casi intricatissimi, che ha svelato il possibile dietro l'impossibile, che ci ha strabiliati con la sua conoscenza e le sue doti intellettive, ripensa al quesito esistenziale citato poco sopra e mormora, gelandoci il sangue: 

"Non lo so. 
Non ne ho la più pallida idea."



P.S.: Una piccola nota di colore: in un capitolo del libro viene citato il 1929 come l'annus horribilis di Sherlock, ossia l'anno in cui, a distanza di pochi mesi uno dall'altro, scompaiono prima la signora Hudson e poi il dottor Watson. Dopo qualche anno, sappiamo che anche Mycroft muore ed è l'unico dei tre di cui viene rivelato il giorno della scomparsa: il 19 novembre, la stessa data in cui uscirà nelle sale il film di Condon. 
E io mi auguro vivamente che questa data non segni anche un'ulteriore morte di suo fratello, cinematograficamente parlando.