martedì 11 novembre 2014

Quello che penso sui fumetti


Se dovessimo riassumere quest’epoca in un solo termine, quello non potrebbe che essere Graphic Novel. Con queste due parole sembra essersi recentemente riabilitata una forma d’Arte che per decenni è passata quasi inosservata, almeno qui da noi, relegata nel ruolo di intrattenimento superfluo, mero passatempo per menti deboli, infantili, che hanno uno scarso contatto con la realtà del mondo che le circonda.
Da una decina di anni a questa parte, il Fumetto ha subìto un inatteso riscatto attraverso il Cinema, in una sorta di alchimia delle arti che ha giovato a entrambe (almeno in termini economici). La rete ha dato la propulsione finale al rilancio, generando una vera e propria nerd-mania. Le fumetterie si sono moltiplicate, così come le case editrici che promettono di investire, in maniera più o meno seria, in giovani autori del settore; per non parlare delle scuole di fumetto, divenute delle mecche per chi sogna di entrare in una fumetteria attraverso lo scaffale delle novità editoriali.
Quello del fumettista è passato da sogno infantile a sogno di una vita, che puntualmente si infrange contro la dura realtà, con la stessa frequenza di sempre a dire il vero. Certo, di gente che ha pubblicato in giro ce n’è molta di più, ma se si entra nel merito delle pubblicazioni in questione si rischia un’amara delusione.

Per me, diventare fumettista è sempre stato il sogno di una vita. Credo di essere una delle poche persone al mondo a non aver cambiato sogno da quando era alto meno della metà di quanto è adesso. Certo, col tempo la cosa si è ridimensionata, si è scontrata più volte con la dura realtà e l’inconsistenza delle possibilità che il Paese ha da offrire, ma non si è mai distrutta. In un modo o nell’altro, tiro fuori un fumetto ogni anno senza neppure rendermene conto, anche quando decido che devo piantarla, che devo mettermi seriamente a fare il grafico perché adesso sono laureato e ho i miei primi, veri clienti che vogliono grafica, non fumetti. Ma non ci riesco mai, è più forte di me. Se non faccio fumetti concretamente comincio a straparlare, a spararli dalla bocca e mi sembra la cosa più naturale del mondo. E chi mi sta attorno ne risente. Se avessi un centesimo per ogni persona che potrebbe testimoniare di essersi ritrovata invischiata in questa assurda spirale umoristica standomi accanto, potrei fondare una casa editrice e i miei problemi sarebbero finiti.
Il punto è che a me di questa riabilitazione e della nobiltà della Nona Arte non interessa assolutamente nulla. Per me il Fumetto non è una cosa nobile, non è una cosa da prendere seriamente. Il lavoro lo è, per questo è noioso.
Quando mi trovo tra le mani un’edizione deluxe (altra parolona del secolo) di un fumetto mi viene da ridere, pensando a chi la comprerà. Un fumetto non ha bisogno di una copertina cartonata, di una sopracoperta, di una variant cover e di una recensione su tutti i maggiori blog di settore. Un fumetto ha bisogno di carta riciclata per le pagine, un cartoncino per copertina e qualcuno che lo compri per pochi spiccioli in edicola e che magari se lo legga di straforo in classe; qualcuno che poi lo lasci in giro per la casa, mentre la mamma minaccia di buttarlo via se non sparisce, qualcuno che abbia poca cura del giornaletto (questo è un termine che adoro!) per poi rivalutarlo dieci anni dopo, quando salterà fuori da uno scatolone o sulla bancarella di un mercatino dell’usato, pronto per essere letto e lasciato in giro di nuovo. Perché la forma non ha importanza quanto la sostanza, per me. Una volta che l’hai letto, i personaggi e la storia, se fatti bene, ti rimangono in testa, come se facessi un copia/incolla dalle pagine alla tua mente. Ci pensi e ci ripensi e ogni tanto lo riprendi e lo leggi di nuovo, oppure lo apri solo per vedere i disegni o rivivere un singolo momento contenuto in quelle pagine. Per questo lo rivini, riempi di rughe bianche il dorsetto e sfilacci gli angoli della copertina.
E chi se ne frega se ne ricavano un film o una serie TV! Non serve questa roba per nobilitare il Fumetto, per allargarne il bacino d’utenza. Se ti piacciono i fumetti come piacciono a me, ti basta anche solo entrare in un’edicola e sei fregato. Non ti serve neppure la fumetteria, con tutte quelle (belle) action figures a prezzi proibitivi. Sarà che il mio primo fumetto, un Topolino, mio padre me l’ha comprato usato da un mercatino delle pulci una domenica mattina.

Forse la mia idea di fumetto è troppo romantica, ma io vorrei fare giornaletti un giorno, non Graphic Novel. Magari qualche volume autoconclusivo ogni tanto, se ce n’è il tempo, ma la regolarità della professione sarebbe data dalla serie di giornaletti in bianco e nero che trovi ogni mese/bimestre in edicola, anche se vivi sulle montagne. Io impazzisco per i vecchi fumetti, le strips domenicali di Dick Tracy, dei Peanuts e perfino per quei ragazzi con tante idee e talento che hanno la pazienza di pubblicare una striscia umoristica di poche vignette ogni giorno sul loro blog o sulla loro pagina Facebook. Non una tavola della mega opera superspettacolare che stanno preparando, ma una striscia quotidiana, magari disegnata in fretta e furia mentre bevono il caffellatte, perché se saltano un giorno tradiscono quei quattro gatti che li seguono.
Lo so, di questo non si vive e la mia è una pretesa assurda. I tempi sono cambiati e oggi il mercato è diverso. Ma ormai sono passato attraverso talmente tanti stati d’animo pensando al mio sogno, che non mi interessa più essere realista. Sono approdato al nonsense, artisticamente ed esistenzialmente.
Se non dovessi mai diventare un fumettista di professione, pazienza.
Tenterò con qualcosa di più attuale, magari il terrorismo internazionale.


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